Wallenberg, un eroe dimenticato

wallenbergAvrebbe potuto avere una vita piena di soddisfazioni, sia lavorative che personali; ma scelse di impegnare la sua esistenza per salvare la vita ad altri.
Raoul Wallenberg era un rampollo di un importante famiglia di banchieri svedesi; questo gli permise di crescere poliglotta e colto. Laureato in architettura e con prospettive più che brillanti, nel 1944, a soli trentadue anni, decise di dare una violenta virata alla sua esistenza privilegiata. I primi contatti reali con un mondo che stava cadendo velocemente nel baratro, Wallenberg li aveva avuti lavorando presso la filiale della Holland Bank ad Haifa tra il 1935 ed il 1936, dove aveva incontrato i primi ebrei fuggiti dalla brutalità nazista. Le loro storie avevano smosso qualcosa dentro di lui, qualcosa nel profondo. L’opportunità per passare all’azione arrivò presto; alla corona svedese infatti, serviva un uomo insospettabile che parlava bene il tedesco, disponibile ad operare come diplomatico a Budapest, con lo scopo di salvare quante più persone possibili. Il suo carisma e la volontà di mettersi alla prova, gli fecero accettare con entusiasmo questo compito. Egli arrivò così nella capitale ungherese con il suo complicato e vago compito; avrebbe potuto usare qualsiasi metodo avrebbe ritenuto opportuno, per arrivare al suo scopo. Proprio in quella città martoriata già da lunghi anni di guerra, il piano nazista di sterminio procedeva a gonfie vele, grazie alla diretta supervisione di Adolf Eichmann. È qui che il rappresentante svedese, grazie al suo atteggiamento spavaldo e temerario, creò dal nulla le prime iniziative; consegnò con costanza a qualsiasi ebreo potesse mostrare anche una minima connessione con la Svezia, i certificati con lo stemma della corona svedese, i cosiddetti passaporti di protezione, conosciuti anche come “passaporti Wallenberg”, mettendoli al sicuro dalla deportazione. Che sia una remota parentela o anche meno, questi legami inventati fecero sì che le tessere in questione, in realtà senza valore, garantissero l’immunità a chi le avesse possedute. Questo atteggiamento provocò l’irritazione delle SS, che però non intervennero per non rischiare incidenti diplomatici con una paese neutrale. Difficile dire quanti certificati fece stampare: alcune fonti parlano di 4.500, altre di oltre 15.000.

Lo stesso diplomatico organizzò le “case svedesi”, dove fece si che si raccolsero il maggior numero di ebrei possibili; Egli istituì anche cucine da campo ,ospedali, orfanotrofi e scuole per gli ebrei superstiti, in una zona  sicura, comprendente 31 case ed ostelli speciali, che ospitarono circa 33.000 persone. Negli ultimi giorni di guerra, sventò il piano nazista di voler far saltare due ghetti, salvando 100.000 persone. Mettendo a rischio anche la sua vita, si recò ripetutamente nelle stazioni da dove partivano i convogli senza ritorno, per cercare di adempiere al suo compito; addirittura una volta si arrampicò sul tetto di un treno in partenza per Auschwitz ed iniziò ad allungare i pass ai prigionieri, sotto gli spari d’avvertimento delle SS e delle truppe ungheresi, salvandoli così da morte certa. Perennemente osteggiato e minacciato da Eichmann e dagli ufficiali ungheresi, Wallenberg restò a Budapest fino al 17 gennaio del 1945. La sua vita e la sua attività, si intrecciarono per un breve lasso di tempo, con il giusto italiano Giorgio Perlasca, che grazie a dei sotterfugi, riuscì anch’egli a rilasciare salvacondotti che recitavano questa dicitura: “parenti spagnoli hanno richiesto la sua presenza in Spagna; sino a che le comunicazioni non verranno ristabilite ed il viaggio possibile, Lei resterà qui sotto la protezione del governo spagnolo”. La collaborazione fortuita dei due personaggi, salverà migliaia di persone; il destino spesso sorride anche ai più deboli.
Il giovane diplomatico svedese inoltre, riuscì a convincere i Nazisti a ritirarsi senza distruggere il ghetto di Budapest: 70.000 vite vennero risparmiate. Avrebbe mai potuto un uomo solo salvare tutte queste vite e bloccare il piano di pulizia nazista? Si. La sua azione eroica dimostra come il coraggio e la capacità di affrontare le situazioni, possano permettere di compiere imprese eccezionali; queste azioni servano da esempio, incoraggiando tutti noi a prendere posizione e ad agire contro le persecuzioni, la xenofobia e l’antisemitismo. Alla fine si calcola in modo approssimativo, che l’attività di Wallenberg portò al salvataggio di decine di migliaia di ungheresi di religione ebraica.
Nessuno sa con certezza la sorte che toccò al giovane diplomatico. Catturato dai russi nel caos del momento, probabilmente confusi dal fatto che lo scandinavo parlava tanto bene il tedesco; da questo momento in poi, il 17 gennaio del 1945, le tracce di questo eroico personaggio svaniscono, creando intorno alla sua figura un vero e proprio mistero . Proprio quel giorno i russi entrarono a Budapest dando vita a quello che è stato definito il “mistero Wallenberg”. È probabile che il mito di questo uomo si sia perso nelle prigioni staliniane, rinomate per essere avvolte da un velo di mistero. Per anni nessuno riuscì a scoprire nulla sulla sua sorte. Gli eventi storici che si susseguirono a fine guerra, di certo non aiutarono nelle ricerche; l’Unione Sovietica infatti si ritrovò impegnata nella guerra fredda.
Solo la madre non si rassegno mai. Dalle sue ricerche,ne uscì che probabilmente suo figlio sarebbe morto nel 1947, proprio dietro le sbarre di qualche remota prigione sovietica. Se cosi fosse stato, le autorità sovietiche, consapevoli dell’errore, avrebbero preferito far morire un eroe, piuttosto che ammettere un errore.
Questa teoria però si scontra con le testimonianze di chi asserisce di averlo incontrato in prigione anni dopo e di aver addirittura saputo del suo ricovero in un ospedale psichiatrico ben oltre il 1960.
Nessun incontro diplomatico tra la Russia e la Svezia è riuscito a far emergere il reale e drammatico epilogo dei giorni coraggiosi e persi di Wallenberg.
Nel suo Paese è giustamente considerato un eroe; a lui sono intitolati istituti e quanto altro; in un parco di Budapest a lui dedicato, è stato innalzato un salice piangente d’argento, splendido e commovente monumento eretto per ricordare le vittime dell’olocausto; su ogni foglia vi è un nome di un sopravvissuto. Gli è anche stato conferito il titolo di cittadino onorario di Israele, degli Stati Uniti, del Canada e dell’Ungheria. Proprio lo stato ebraico lo ha riconosciuto come Giusto per la sua grande opera umanitaria e per il coraggio dimostrato in quei terribili mesi.
La storia dei giusti però, rimane in attesa di sapere la fine ingloriosa che fece Wallenberg.
Il nostro compito è quello di diffondere la sua storia. Il ricordo però non deve essere un rituale solo collegato alle celebrazioni del giorno della memoria; la sua storia deve servire da monito per le generazioni future, in un periodo storico in cui si stanno diffondendo in modo pericoloso, nazionalismi e populismi. La nostra storia deve appartenere ai salvatori e non solo ai carnefici. Molti si chiedono se Wallenberg fosse ebreo. Ebreo o non ebreo, fu un eroe. Un eroe contro l’ingiustizia, risucchiato però dai meandri della storia. Nell’ottobre del 1989 il governo di Mosca ha convocato la famiglia, restituendo fra le altre cose, il passaporto e il calendario tascabile di Wallenberg. Gli archivi del KGB iniziavano a parlare di una nuova epoca, mentre la Svezia fatica ancora a perdonarsi di non essere riuscita a riportarlo a casa, ritenendo il caso un fallimento diplomatico.

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Un commento su “Wallenberg, un eroe dimenticato

  1. DONATELLA il said:

    Articoli molto interessanti soprattutto per i contenuti fino ad oggi poco divulgati. i miei complimenti all’autore

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