Padre Kolbe, un santo da Auschwitz

kolbe giustaNell’anniversario della sua morte ricordiamo uno dei primi uomini a diventare santo tra le vittime dei campi di concentramento tedesco; uno dei primi a sacrificare la sua vita per salvarne un altra. La storia di questo eccezionale uomo è poco conosciuta, come tutte quelle di chi ha deciso senza pensarci, di essere un eccezione nella marea d’odio nazista. Massimiliano Maria Kolbe nasce a Zdunska Wola, in Polonia l’8 gennaio 1894; presto divenne un francescano ed un presbiteriano; il 28 aprile del 1918 venne ordinato sacerdote nella basilica di Sant’Andrea della Valle a Roma. Dopo diversi anni trascorsi come missionario in Oriente, la sua esistenza incontrò la macchina da guerra nazista che da poco aveva cominciato a radere al suo la sua amata Polonia; egli fu arrestato la prima volta il 19 settembre del 1939, insieme ad altri 37 confratelli. Fu liberato l’8 dicembre dopo quasi tre mesi di prigionia. Tornato sul campo , tra la gente, si batté per assistere migliaia di profughi che i bombardamenti a tappeto tedeschi avevano lasciato senza casa. La sua libertà pero duro poco. Il 17 febbraio del 1941infatti, venne arrestato nuovamente dalla Gestapo; l’opera di pulizia intellettuale che i nazisti applicarono agli uomini influenti polacchi, colpì anche padre Kolbe. Il 28 maggio dello stesso anno, egli arrivò ad Auschwitz con altri 320 prigionieri; appena giunto al campo egli venne immatricolato con il numero 16670 e subito dopo fu assegnato al trasporto dei cadaveri . Le sue grandi doti umanitarie emersero da subito; Ladislao Swies, un altro prigioniero polacco, affermò che appena arrivati al campo, il prelato diede vita a canti religiosi; con la sua fede che mai fu vacillante, riuscì addirittura a persuadere con la sua calma, un uomo che preso dallo sconforto, voleva suicidarsi gettandosi sul filo spinato. In barba al regolamento del campo, egli celebrò due volta la santa messa, nonostante le violenze corporali che subì ripetutamente. La fuga dal campo di uno dei prigionieri, causò una rappresaglia da parte dei nazisti, che selezionarono dieci persone a caso dalla stessa baracca per condurle nel famigerato “bunker della fame” nel blocco n°13 . Quando un prigioniero, certo Franciszek Gajowniczek, scoppiò in lacrime dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava, padre Kolbe uscì dalla fila dei prigionieri e si offrì di morire al suo posto asserendo di essere vecchio; in modo del tutto inaspettato lo scambio venne approvato dall’ufficiale di guardia, probabilmente ammaliato dalle parole dell’uomo di chiesa; la mano del Dio del povero vescovo aveva compiuto il primo gesto. Dopo due settimane di agonia senza acqua né cibo, la maggioranza dei prigionieri morì di stenti, ma 4 di loro tra cui il prete erano ancora vivi e continuavano a pregare e cantare; un evento di certo eccezionale. Kolbe e i suoi compagni vennero uccisi il 14 agosto del 1941, con una puntura di acido fenico e cremati il giorno seguente e le ceneri disperse; la sua morte gettò nello scompenso i compagni del campo, anche se per tanti lui era un semplice sconosciuto. Egli è stato beatificato da papa Paolo Vl nel 1971 e proclamato santo nel 1982 da papa Giovanni Paolo II° . All’uomo che gli fece l’iniezione mortale disse: “ l’odio non serve a niente, solo l’amore crea; Ave Maria”. Giovanni Paolo descrisse il suo operato dicendo che egli aveva portato l’amore e la fede in un luogo costruito con la negazione di Dio. A distanza di settant’anni, il dibattito sul ruolo che ebbero la chiesa cattolica romana e Pio XII sull’olocausto è ancora attivo; la storiografia è ancora divisa tra chi pensa che il Vaticano ebbe un ruolo passivo e avrebbe potuto far di più nell’arginare la soluzione finale nazista e tra chi, grazie alle opere di salvataggio poco conosciute dei rappresentanti delle chiese locali sparsi in Europa, giustificò l’opera di Pio XII° e della Chiesa cattolica tutta. Non sta a noi risolvere in questo contesto questa diatriba tra queste due fazioni di studiosi; qualche riflessione però ci sia permessa. Ci rimane difficile però come in un contesto del genere, quale un campo di sterminio, si possa pensare alla fede religiosa; quale Dio avrebbe potuto permettere che venissero uccisi e trattati come oggetti, milioni di innocenti? Non per questo però il ruolo di padre Kolbe deve essere sminuito; egli agì altruisticamente, così come aveva fatto per tutta la sua vita, diventando a suo discapito un eroe umile del nostro secolo. è vero anche che padre Kolbe salvò materialmente solamente una persona, ma il suo atteggiamento positivo, diede la forza ai suoi compagni di prigionia di resistere e di cercare di superare lo sconforto rifugiandosi nella fede. D’altronde chi salva una vita salva il mondo intero

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