Operazione Odessa verità o finzione?

Ricordare la Shoah, significa anche fare chiarezza sulla rete di protezioni che permise ai criminali di nazisti di abbandonare indisturbati l’Europa e di rifugiarsi in America Latina appena conclusa la seconda guerra mondiale. Mentre infatti Hitler si chiudeva nel suo bunker offuscato dal suo folle ego, menti ben più lucide cercavano un modo per salvare la pelle. Sul fatto che esistesse o meno una vera e propria rete di salvataggio, oppure che si trattasse di una molteplicità di vie di fuga singole, è a distanza di anni, ancora materia di polemica storiografica. Il fatto che potesse esistere una società segreta, è sempre stato negato dagli stati coinvolti, proprio per non screditare i governi dell’epoca. Questa è una storia in cui le vittime sono state uccise due volte, mentre molti carnefici hanno ottenuto una seconda vita. Tutti i criminali hanno potuto iniziare in nuova patria una vita tranquilla, col beneplacito dei regimi di destra latinoamericani, anche col viatico di Washington. L’esistenza di ODESSA, acronimo di Organisation der Ehemaligen SS-Angehorigen (“Organizzazione degli ex-membri delle SS”), sarebbe passata del tutto inosservata se non fosse stato per l’impatto mediatico avuto, nel 1972, dal thriller intitolato Dossier Odessa e scritto da Frederick Forsyth. Una storia surreale e inquietante, a cui si fa fatica a credere. Elemento molto interessante è il fatto che il romanziere, ebbe la consulenza del celebre cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, che in qualche modo, fece uscire dall’oscurità anche le colpe della Chiesa Cattolica. Nonostante questi dubbi, sembra un dato acquisito che il 10 agosto del 1944 si tenne a Strasburgo, un incontro che mise intorno ad un tavolo, 77 rappresentanti del potere nazista, all’insaputa di Hitler ed Himmler, gli unici che credevano ancora in una vittoria. Tra i convenuti a questo incontro, ci furono il numero due della gerarchia hitleriana Martin Bormann, il ministro degli armamenti Alber Speer, il capo di stato maggiore Wilhelm Canaris, i grandi industriali Krupp Messerschmidt, Siemens e il magnate dell’acciaio FritzThyssen, oltre a grandi banchieri,finanzieri e imprenditori in campo assicurativo. Tutti costoro, che nel 1933 si erano schierati con Hitler,ora erano i primi a prendere da lui le distanze, perfettamente consapevoli che la guerra era ormai irrimediabilmente perduta. Il concetto era chiaro: i lungimiranti esponenti nazisti, in previsione della sconfitta militare, decisero di investire ingenti capitali in paesi durante la guerra erano stati neutrali o simpatizzanti del nazismo, come la Svizzera, Spagna, Turchia, Argentina e Paraguay, aprendo numerose aziende tedesche all’estero dove i futuri ricercati nazisti avrebbero potuto essere assunti con ruoli dirigenti, scampando cosi dalle rappresaglie dei futuri vincitori: una collaborazione che sarebbe stata fruttuosa per entrambe le parti, calcolando che la maggior parte di questi stati erano in via di sviluppo. Proprio con questo meccanismo, gli ufficiali tedeschi sopravvissuti, avrebbero potuto esportare gli ingenti capitali che avevano accumulato durante l’occupazione dei paesi sconfitti dalla Wermacht oltre ai beni sottratti agli ebrei deportati, circa 4 miliardi di marchi; inoltre l’organizzazione aveva lo scopo di salvare gli ufficiali nazisti dalle mani degli alleati e creare un Quarto Reich che completasse l’opera di Hitler. I membri di Odessa progettarono minuziosi piani di fuga, tracciando tre itinerari principali: il primo partiva da Monaco di Baviera e si collegava a Salisburgo per approdare a Madrid; gli altri due percorsi partivano da Monaco e, via Strasburgo o attraverso il Tirolo, giungevano a Genova, dove i gerarchi potevano imbarcarsi verso l’Egitto, il Libano, la Siria e il Sudamerica. Proprio queste rotte, venivano definite la “Via dei Monasteri” detta anche “Rat Line .Grazie alle molteplici complicità, tra il 1945 e il 1950, almeno trecentomila persone di lingua tedesca riuscirono a fuggire dall’Europa devastata in America Latina, attraverso Spagna, Portogallo e soprattutto Italia. Le vie di fuga convergevano sempre verso Memmingen, un’antica cittadina tra la Baviera e il Württemberg, per poi dirigere su Innsbruck ed entrare in Italia attraverso il valico del Brennero. Nulla era lasciato al caso; gli spostamenti infatti si svolgevano a tappe di circa cinquanta chilometri, a ognuna delle quali corrispondeva una stazione gestita da tre-cinque persone che conoscevano solo la stazione precedente e quella successiva; tutto ciò veniva fatto in grande sicurezza, grazie all’ospitalità dei monasteri e dei conventi disseminati lungo il tragitto. Perché l’Argentina divenne il paese preferito in cui rifugiarsi? Già dagli anni ’30 qui viveva una grande ed influente comunità di tedeschi e sempre qui era stata installata la sede centrale del partito nazista per il Sud America dove operavano numerosi agenti del servizio segreto di Hitler che facevano lobbying, con successo, sui governi cattolici e nazionalisti dell’epoca. Nonostante il presidente Peròn fosse un cieco ammiratore dell’ideologia nazifascista, le sue azioni di favoreggiamento dell’immigrazione di criminali sono da ricondursi almeno in gran parte a questioni di mero opportunismo. Il colonnello aveva infatti da sempre un sogno: trasformare la sua Argentina da paese prevalentemente agricolo e arretrato a paese industrializzato e moderno al fine di poter competere col vicino Brasile e le grandi potenze occidentali. Consapevole del genio tecnologico tedesco, si adoperò dunque per accogliere in patria i migliori tecnici e scienziati nazisti in rotta dall’Europa. Peròn partecipò attivamente tramite l’apposita creazione di centri ed uffici per l’immigrazione aperti sia in Argentina che in Italia durante la sua presidenza.

L‘inchiesta inerente all’operazione Odessa, prende avvio dalle notizie contenute nei documenti degli archivi della Direzione nazionale delle migrazioni, in Argentina, resi pubblici per decisione del presidente Néstor Kirchner. Con questa decisione, l’ex presidente sudamericano, aveva dato seguito ad un impegno preciso preso con il Centro Simon Wiesenthal, specializzato nella ricerca dei criminali di guerra, che voleva chiarezza in merito alle precise denunce delle collusioni tra governo argentino e reduci del Reich. Rovistando tra centinaia di migliaia di cartoline di sbarco aveva trovato anche quelle relative a molti gerarchi nazisti, fascisti e ustascia. Per tutte queste ragioni, i dossier inerenti questi documenti, sono stati messi a disposizione degli studiosi, anche se, per ora, sono saltati fuori solo due dei 49 fascicoli richiesti dal centro Wiesenthal, contenenti informazioni su appena 17 dei 68 criminali di guerra segnalati. Tutto ciò senza la complicità dei cattolici non sarebbe stato possibile; Se i fuggitivi furono accolti per iniziativa personale, esasperando il concetto di carità cattolica, o per precise istruzioni provenienti dal Vaticano è tutt’oggi tematica di dibattito. La vicenda di ODESSA resta una pagine buia della storia del Vaticano insieme a tante altri a cui nessuno ancora è riuscito a dare una risposta. In tutto ciò il Vaticano non è solo; molti stati vantano questa tipologia di scheletri nell’armadio. Come nel caso dell’ “Operazione Paperclip”, tramite la quale gli Stati Uniti reclutarono, nell’immediato dopoguerra, medici nazisti per acquisirne i “risultati scientifici” e difenderli dalle mire sovietiche. Proprio il particolare rapporto tra lo Stato italiano nei confronti del Vaticano, caratterizzato da una continua influenza degli alti prelati cattolici nella politica italiana, ha sempre ostacolato una completa ricostruzione storica degli eventi. A confermare questa teoria, ci si mette anche il fatto che gli Usa, allo scadere dei 50 anni di segretezza, hanno aperto gli archivi di guerra, evidenziando ancora di più le complicità della Santa Sede nelle operazioni di salvataggio dei criminali nazisti. Perché questa reciproca amicizia? Forse perché la chiesa cattolica si sentiva “debitrice” e riconoscente nei confronti dei nazisti per aver arginato gli ebrei e i comunisti, storici nemici della chiesa cattolica? Di certo questo non basta a spiegare i motivi di un affiatamento così forte, soprattutto per il fatto che molti membri della Chiesa, attivi nei contesti locali, misero a repentaglio la loro vita per salvare molti ebrei, soprattutto nell’Italia del dopo 8 settembre. La perfetta coordinazione delle fughe, appena conclusa la guerra, fa pensare infatti ad un accordo tra Vaticano e autorità naziste, precedente al termine della guerra. Un famoso nazista che sfuggì grazie a un passaporto del vaticano in Sudamerica, fu l’angelo nero di Auschwitz, il dottor Mengele, colui che sterminò migliaia di ebrei, utilizzandoli come cavie umane, in esperimenti indicibili, volti a ricercare il gene per la creazione di una pura e sacra razza ariana. Nonostante la spietata caccia mossagli dal servizio segreto israeliano, riuscì a farla franca e ad evitare la resa dei conti per i suoi spaventosi crimini. Nessuno è tuttora a conoscenza del vero destino di Mengele; si dice che sia morto il 24 gennaio 1979, per annegamento, a Bertioga, in Brasile, ma in realtà, quelle che sono state le vicende dell’angelo sterminatore di Auschwitz, rimarranno, per sempre, avvolte nel mistero. Tra i più noti criminali di guerra fuggiti in Sud America, ricordiamo Heinrich Müller (capo della Gestapo), Richard Glücks (ispettore dei campi di concentramento), Erich Priebke (coinvolto nell’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma), Franz Stangl (comandante del campo di concentramento di Treblinka), Walter Rauff (l’inventore dei camion-camera a gas), Herman von Alvensleben (responsabile in Polonia della morte di almeno ottantamila persone), Gustav Wagner Comandante del campo di concentramento di Sobibor e uno dei responsabili logistici dell’olocausto e Adolf Eichmann, che fu nascosto in un monastero, sotto il controllo caritatevole dell’arcivescovo Siri, prima di essere fatto fuggire clandestinamente in Sudamerica, con passaporto vaticano. Sembra La Caritas pagò tutte le spese di viaggio per permettere a Eichmann di raggiungere il Sudamerica, finché non fu rintracciato in Argentina dal Mossad. Una storia che nessuno ha mai negato, compreso il Vaticano e che ormai appartiene alle pagine nere della nostra storia legata all’olocausto e alla seconda guerra mondiale.odessa

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Un commento su “Operazione Odessa verità o finzione?

  1. Alberto Benvenuti il said:

    Molto interessante. L’ ambiguità del Vaticano nei confronti degli ebrei e’ assodata. Se per duemila anni la Chiesa cattolica ha accusato gli ebrei di deicidio prima di tentare un “ravvedimento” con la “Nostra Aetate”, questa ambiguità non deve sorprendere.

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