Falasha, gli ebrei d’Africa

La storia del 20° secolo è ricca di episodi di discriminazione, di violenza e di emarginazione verso etnie e comunità indifese. In questa occasione, racconteremo la storia di un gruppo etnico di cui tanti non ne conoscevano l’esistenza.
Si ritiene che i Falasha, chiamati anche gli ebrei d’Etiopia, siano una delle antiche tribù perdute d’Israele. Proprio in questo stato africano, la popolazione è composta per il 60 % da cristiani, per il 34 % da musulmani e da poche migliaia di ebrei, il cui unico desiderio è quello di riunirsi con le rispettive famiglie già emigrate nella Terra Promessa. Si pensa che essi, siano i discendenti ebrei fuggiti in Egitto dopo la distruzione del primo Tempio nel 586 ac. Il termine affibbiatogli, Falasha appunto, parola che in lingua etiopica vuol dire intrusi, è utilizzato anche dagli israeliani, come se fosse una condanna esistenziale per essi. I Falasha vivono un atipico status da rifugiati nel proprio paese; questa comunità infatti ha sofferto e soffre ancora tutt’oggi di discriminazioni e di persecuzioni, che spinsero molti di loro nei secoli scorsi a convertirsi al cristianesimo. Il dibattito antropologico sulla reale appartenenza dei Falasha alla comunità ebraica, è ancora oggi acceso. Nonostante due autorevoli rabbini si siano pronunciati favorevolmente, la corrente ultra-ortodossa ebraica rifiuta questo riconoscimento, poiché essi sostengono che i falasha non siano dei veri ebrei, in quanto discendenti dall’unione tra Salomone (ebreo) e la Regina di Saba (non ebrea); proprio per questo essendo l’ebraicità trasmessa in linea femminile, i suoi discendenti non potrebbero esserlo.

La loro storia si è intersecata incredibilmente anche con la storia recente italiana. Dopo qualche secolo vissuto in totale isolamento sull’altopiano etiopico, quasi dimenticati dal resto della comunità ebraica mondiale, Benito Mussolini durante l’occupazione italiana dell’Etiopia (1936-1941), nonostante l’emanazione delle leggi razziali del 1938, decise di tutelare attraverso apposite norme, la piccola comunità ebraica etiopica, difendendola dagli abusi e dalle violenze, di cui era stata oggetto da parte delle popolazioni, soprattutto musulmane. Un paradosso, considerato il ruolo dell’Italia nello sviluppo dell’ideologia antisemita. La storia moderna di questa minoranza invece, è tutt’altro che facile. Nel 1970 infatti, una trentina di famiglie di Falasha, cominciarono ad attraversare con le proprie famiglie il confine tra Etiopia e Sudan, per poi raggiungere Israele. Si stima che negli anni successivi e fino al 1984, dai 3.000 ai 4.000 Falasha riuscirono ad arrivare in Israele, anche a seguito della decisione del Primo Ministro israeliano Begin, che decise di agevolare la loro entrata nello Stato ebraico. Nel frattempo, la situazione politica di questo paese del Corno d’Africa, era drasticamente cambiata. Nel 1974 infatti, l’imperatore Hailè Selassiè fu scalzato dal trono da un colpo di Stato e 3 anni dopo il potere fu assunto dal colonnello Menghgistù Hailè Mariàm, che instaurò immediatamente un vero e proprio regime di terrore, scatenando nel paese una violenta persecuzione contro tutti coloro che riteneva fossero suoi avversari, tra cui c’erano anche gli “ebrei neri”. Proprio in questo frangente molte migliaia di ebrei Falasha abbandonarono l’Etiopia, rifugiandosi insieme ai connazionali musulmani e cristiani nei campi profughi sudanesi. Nei loro confronti il governo musulmano del Sudan manifestò però una marcata ostilità, tanto che la loro precaria situazione determinò in Israele un movimento d’opinione teso a salvarli, trasportandoli nello Stato ebraico.
Dagli anni 80 quindi, con una serie di spregiudicate e spettacolari operazioni, il governo israeliano decise di trasferire in massa questa comunità, sia per ragioni umanitarie che di opportunità, nonostante le usanze, la lingua e le tradizioni differenti. Un massiccio ingresso di nuovi cittadini israeliani, avrebbe contribuito a contrastare la crescita demografica araba, oltre che a porre in salvo questa fetta di popolazione perseguitata. Nel 1985 prima, e nel 1991 poi, le operazioni Mosè, Giosuè e Salomone, trasferirono decine di migliaia di Falasha nello Stato Ebraico. Quella definita Salomone il 24 maggio 1991, fu l’operazione più importante. Proprio a quel tempo, l’Etiopia era al collasso a causa dei continui attacchi portati dei ribelli eritrei del Tigrè. Le comunità ebraiche internazionali, preoccupate per le condizioni di vita della comunità dei Falasha, fecero pressioni allo stato d’Israele affinché favorisse l’immigrazione di questi ultimi. Vista la debolezza dello stato etiope, le forze armate israeliane diedero inizio a questa operazione clandestina. In meno di 36 ore, 34 aeromobili israeliani, tra cui i C-130 dell’aviazione militare israeliana e un Boeing B 747 della compagnia di bandiera, in piena segretezza trasportarono 14.500 ebrei etiopi in Israele. Per guadagnare tempo, i sedili degli aerei di linea della El-Al furono rimossi e il pavimento fu ricoperto con una spessa copertura di materiale isolante, tale da consentire alle persone imbarcate, di sistemarsi seduti uno accanto all’altro; inoltre venne imposto ai profughi di viaggiare con pochi bagagli. Questa operazione passò alla storia per l’eccezionalità e per la perfetta riuscita; non solo infatti si era riuscito a trasferire senza perdite di vite umane, quasi il doppio di ebrei falascià rispetto alle Operazioni Mosè e Giosuè messe assieme, ma aveva anche stabilito un vero e proprio record, quando in un singolo volo passeggeri, un solo B-747 aveva trasportato l’incredibile numero di 1.122 persone. I Falasha lasciarono così una nazione che era stata la loro casa per 2 mila anni, per una terra conosciuta solo attraverso lo studio delle sacre scritture. In Etiopia ne sono rimasti poco più di 4 mila. Una volta arrivati nella Terra Promessa però, la speranze di una vita migliore si sono rivelate una delusione. L’impatto con un Israele moderno, fin troppo tecnologizzato per chi proveniva da una società tribale, ha causato non pochi problemi di integrazione. Oltre il 90 per cento degli etiopi è arrivato in Israele da analfabeta, e privo di competenze lavorative; proprio per questo l’emarginazione è stata una naturale conseguenza. Solamente il 12 per cento di loro arriva al diploma. Oggi un ruolo decisivo nell’integrazione è svolto dall’arruolamento nell’esercito e dalle scuole. Tuttavia esponenti femminili della comunità etiope hanno superato questo muro ed hanno raggiunto posizioni di vertice nelle amministrazioni cittadine. Inoltre Belaynesh Zevadia è stata nominata, ambasciatrice per Israele ad Addis Abeba e per la prima volta una donna etiope, Pnina Tamano-Shata, ha fatto parte del Knesset.
Nonostante questi ostacoli, il sogno della Terra promessa per gli ultimi ebrei d’Etiopia continua; dopo le vicissitudini subite dalle comunità ebraiche nel 20° secolo, è impensabile che gli ebrei abbandonino i loro correligionari ad un destino quasi segnato.falasha

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Un commento su “Falasha, gli ebrei d’Africa

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