Erik Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine

 

A distanza di diversi anni dalla dipartita di Erich Priebke, morto a Roma alla veneranda età di 100 anni, è necessario affrontare delle riflessioni su ciò che abbiamo ereditato moralmente e culturalmente dalla vicenda legata alla sua esistenza.

Priebke  fu  capitano delle SS e partecipò attivamente all’eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944, non solo compilando le liste delle persone da giustiziare, ma anche sparando a bruciapelo più di una volta,  sotto il comando del colonnello Kappler. Questo vile episodio, considerato uno dei più gravi fatti di violenza contro i civili italiani durante la seconda guerra mondiale, fu deciso dai tedeschi come ritorsione per l’attentato partigiano di via Rasella; (10 italiani uccisi per ogni soldato tedesco morto).

Il 13 maggio del 1945, dopo la resa dell’esercito tedesco, Priebke venne catturato a Bolzano dagli Alleati  e internato nella prigione di massima sicurezza di Ancona. Il 31 marzo 1946, egli venne portato al campo 209 di Afragola, alle porte di Napoli e infine spostato nel campo di prigionia di Rimini.

Proprio da qui, approfittando dei festeggiamenti dell’ultimo dell’anno, riuscì ad evadere eludendo il corpo di guardia alleato. Successivamente, si imbarcò quindi dal porto di Genova sulla nave San Giorgio e, pochi giorni dopo il Natale del 1948, sbarcò in Argentina, a Rio de la Plata. Egli, riuscì a fuggire grazie alla cosiddetta “ratline” il sistema di fuga che permise a tanti altri criminali di guerra, di fuggire in Sud America, con tappa intermedia presso le isole della Spagna fascista.

Nel mese di aprile del 1994, la troupe del programma Prime Time Live dell’emittente statunitense ABC, su segnalazione del Centro Simon Wiesenthal,, si presentò alla porta dell’abitazione di Juan Mahler, ovvero Reinhard Kops, il militare tedesco che nel 1946 aiutò Priebke a scappare dal campo di detenzione inglese di Rimini. Davanti alle prove scritte mostrategli dai giornalisti americani, Kops cedette e fornì l’indirizzo di residenza di Priebke.

La mattina del 6 maggio 1994, la troupe si precipitò su Priebke non appena egli finì il proprio turno di lavoro nella scuola «Primo Capraro» di San Carlos de Bariloche, cogliendolo di sorpresa mentre stava entrando nella sua macchina e riuscendo così a fargli una breve intervista: «Signor Priebke, Sam Donaldson, televisione americana… è lei Erich Priebke?», chiede il giornalista, «Sì», risponde tranquillamente lui.

Il 9 maggio, le autorità italiane inoltrarono la richiesta di estradizione ai giudici della Corte suprema argentina, richiesta che venne accolta il 2 novembre del 1995. La Procura militare italiana, chiese per Priebke il rinvio a giudizio per crimini di guerra e l’imputazione per “concorso in violenza con omicidio continuato in danno di 335 cittadini italiani”, riguardo i fatti accaduti alle Fosse Ardeatine. Dal momento del suo ritorno in Italia, l’ex SS fu al centro di un intricato procedimento giudiziario, chiusosi nel novembre del 1998 con la conferma, da parte della Cassazione, della condanna all’ergastolo decisa dalla Corte d’appello militare, poi condonata pochi mesi dopo, agli arresti domiciliari a causa del’età’avanzata; egli trascorse la sua pena in un appartamento di 100 mq a Roma, di proprietà dell’avvocato Paolo Giachini, che lo assistette anche personalmente negli ultimi anni di vita

La vicenda giudiziaria suscitò un grande interesse nell’opinione pubblica: la distanza temporale dagli eventi non attenuò in nessun modo la tensione e i sentimenti di inquietudine sociale.  Nel 2009, ottenne di poter uscire per indispensabili esigenze. La presenza di quel distinto anziano dagli occhi di ghiaccio, ha causato non poche polemiche nel quartiere Aurelio, in cui ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. Vederlo camminare nelle vie di Roma, la stessa città che ha gettato nel buio decenni prima, ha riaperto una ferita che continua a sanguinare, a causa anche di una politica e di una giustizia spesso non all’altezza.

Pochi giorni dopo la sua morte, il suo avvocato diffuse,  attraverso un video di circa 4 minuti, il testamento morale del suo assistito; parole di una lucidità incredibile, che ci mostrano come egli non abbia mai rinnegato il suo passato: “A Norimberga sono state inventate una infinità di accuse. Per quanto riguarda quella che nei campi di concentramento vi fossero camere a gas, ancora aspettiamo le prove. Nei campi di concentramento le camere a gas non sono mai state trovate, salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau. L’ultima volta sono stato a Mauthausen nel maggio 1944. Qui c’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Purtroppo tanta gente è morta nei campi ma non per volontà assassina ma solo per le condizioni di vita dure. l’Olocausto non è nient’altro che una“manipolazione delle coscienze, visto che le nuove generazioni, saranno sottoposte al lavaggio del cervello”. “Sono stato un ufficiale di collegamento che eseguiva dei semplici ordini, confermando la sua lealtà a Hitler e agli ideali e all’onore legati alla sua patria e alla sua divisa”. Parole uscite da un copione, che ricordano terribilmente le dichiarazioni di Eichmann, durante il suo processo a Gerusalemme nel 1961; affermazioni pesanti, che sono state utilizzate anche dai negazionisti per confermare le loro tesi.

Il giorno in cui ha festeggiato i 100 anni, sui muri di varie zone della città, sono apparsi slogan inneggianti al capitano, auguri e svastiche. Sotto l’abitazione dell’ex capitano delle SS, i manifestanti ebbero scaramucce e parapiglia; alcuni manifestanti esposero striscioni con scritto “lui può festeggiare il suo compleanno, le sue vittime no”. Sulle auto del quartiere furono messi altri volantini dove c’era scritto: “Quando si è assassini l’età non conta. Diciamo no alle feste di compleanno per l’assassino nazista”.

È importante ricordare però come in queste occasioni ci fosse solo la comunità ebraica a protestare, mentre le istituzioni e i partiti politici riuscirono sempre a rimanere defilati. In quel giorno si sono susseguiti i messaggi da parte delle organizzazioni coinvolte in questa vicenda; l’Anpi di Roma, affermò che “nessuno avrebbe pianto, per un serial killer mai pentito, che ha vissuto parte della sua vita anche in felicità”. La Comunità ebraica di Roma affermò invece che “gli angeli delle Fosse Ardeatine si sarebbero occupati di lui per l’eternità”.

Ma chi pensava che con la sua morte si sarebbe conclusa una delle pagine più tristi della storia italiana, si sbagliava. Un tipico atteggiamento italiano è quello di alimentare la faziosità anche quando questo non dovrebbe avvenire. Il giorno della morte del boia nazista, l’11 ottobre 2013, ad Atessa, comune dell’entroterra chietino, vennero affissi manifesti funebri in ricordo della morte di Erich Priebke, firmato ‘I Camerati Atessani”; il paradosso è che agli angoli del manifesto, erano rappresentate due immagini sacre; un gesto grave, irrispettoso e fanatico, che scosse decisamente l’opinione pubblica italiana.

Sulla vicenda del funerale religioso invece, si è aperta un’altra vergognosa polemica, che ha coinvolto anche le istituzioni e la politica. Il funerale di Erich Priebke, si sarebbe dovuto svolgere ad Albano Laziale, grazie alla disponibilità dei preti lefebvriani, irriducibili cattolici ultraconservatori e antisemiti, scomunicati e poi perdonati dai Papa Benedetto XVI. Tra i suoi vescovi, c’è addirittura chi ha difeso le teorie negazioniste.

Dopo una giornata di proteste, la bara del boia delle Ardeatine fu accolta da decine di manifestanti infuriati, che colpirono il carro funebre con calci e pugni; addirittura un prete lefebvriano verrà aggredito dalla folla. Presenti anche i militanti di Militia, gruppo di estrema destra, che inneggiò il militare nazista con saluti romani e slogan di rito. Fortunatamente, le esequie verranno sospese in serata grazie allo stop imposto dal Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro; con questo divieto, si impedì ulteriormente il rischio di un raduno di estremisti di destra, che avrebbe snaturato le uniche esequie concesse: quelle private con amici e parenti.

Successivamente quindi, la salma sarebbe stata trasferita dall’aeroporto militare di Pratica di Mare.  Dopo diverse polemiche scoppiate per la sua sepoltura (rifiutata sia da Argentina sia da Germania), la salma di Priebke è stata tumulata in un luogo segreto. Un gesto dovuto, affinché il luogo di sepoltura non diventi un luogo di pellegrinaggio, come avviene ahimè per le tombe di altri personaggi della storia italiana. Solo in seguito, l’ 8 luglio 2015, grazie ad  uno scoop giornalistico  de l’Espresso, si verrà a conoscenza del luogo della tumulazione; potrebbe essere un camposanto abbandonato all’interno di un carcere ancora attivo, che ospita 250 detenuti. Esso si troverebbe al centro di un’isola italiana ed è difficile da raggiungere. Il cimitero dove riposa la salma invece, oggi dismesso, sorge su una collinetta, a fianco di una piccola cappella ormai diroccata; nonostante ciò, non si può accedere liberamente poiché l’ingresso è controllato da guardie armate; solo chi è autorizzato vi può entrare. L’ambiente è tetro; le tombe sono abbandonate; le croci di ferro sopra di esse, sono arrugginite, mentre quelle in legno sono ormai fradice; parecchie di esse non hanno neanche un nome.

Celebrare un funerale di un criminale nazista, su un territorio che ha subito le crudeltà di questo regime dittatoriale, sembra già un controsenso. Accettare che questa persona, passeggi come se fosse una persona qualunque, cosi come permettere ancora manifestazioni e gesti che ricordino nostalgicamente la dittatura fascista, è una violazione della nostra memoria storica e un attacco a chi ha fondato la nostra repubblica su altri valori.

Simbolicamente, chiudiamo questo articolo con il lascito di un criminale che mai si pentì, neanche di fronte i parenti delle vittime: “L’attentato di via Rasella, fu fatto sapendo che dopo l’attentato sarebbe arrivata la rappresaglia, perché c’era un avviso sui muri che lo comunicava: a qualunque attentato contro la polizia tedesca, c’era scritto, sarebbe seguita appunto una operazione di rappresaglia. I Gap, perciò, lo fecero di proposito, perché pensavano che una rappresaglia nostra potesse provocare una reazione della popolazione, ciò che non è avvenuto”.
“Per noi era terribile fare una cosa così. Naturalmente non era possibile rifiutarsi. Era un ordine di Hitler che dovevamo eseguire. Chi non lo vuol fare, sarà messo con le altre vittime e fucilato'”.
“Sì, alle Fosse Ardeatine ho ucciso. Ho sparato, era un ordine. Una, due tre volte. Insomma, non ricordo, che importanza ha? Ero un ufficiale, mica un contabile. Non c’interessava nemmeno tanto la vendetta, a Via Rasella i militari morti erano del Tirolo, più italiani che tedeschi. Ma Kappler fu inflessibile, costrinse anche il cuciniere a sparare. Fucilammo cinque uomini in più. Uno sbaglio, ma tanto erano tutti terroristi, non era un gran danno.”
“Non rinnego il mio passato, ho scelto di essere me stesso. La fedeltà al proprio passato è qualche cosa che ha a che fare con le nostre convinzioni.”

erik

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